La storia del cricket

Nonostante sia diventato celebre nelle ex colonie inglesi solo negli ultimi 200 anni circa, il cricket ha origini remote, e se ne trova traccia per la prima volta nel Medioevo.

Dovrebbe (il condizionale è d’obbligo: vista la zona, potrebbe essere stato introdotto da qualche marinaio di passaggio) aver fatto la sua comparsa nel sud-est inglese, nella attuale contea del Kent, poco prima del 1300.

Inizialmente uno sport praticato dal popolino, fra fine del 1500 e inizio del 1700 viene “adottato” dall’aristocrazia, e con una diffusione così trasversale non fa fatica ad attestarsi come sport nazionale, “nomina” ufficializzata proprio durante il XVIII secolo.

La questione del nome…

Sull’origine del termine “cricket” esistono diverse teorie: una è che il nome dello sport venga dall’antico olandese “krick”, che vuol dire proprio mazza o bastone. Dare credito a questa ipotesi vuol dire sposare in toto la possibilità che il gioco sia arrivato in Inghilterra via mare, frutto di scambi culturali fra l’antica Olanda e il regno britannico.

L’altra possibilità, onestamente meno ficcante, è che “cricket”, che in inglese vuol dire “grillo”, sia la parola usata per descrivere i movimenti del battitore che si trova a correre da una parte all’altra del pitch per fare punto.

… E il problema del colonialismo

Al momento attuale, il cricket è particolarmente famoso in paesi come Bangladesh, India, Pakistan, Sri Lanka, Zimbabwe e Sudafrica, Indie Occidentali e Nuova Zelanda, ed è considerato fra gli sport nazionali di quelle nazioni – che non a caso sono stati in parte o completamente colonizzati dal British Empire.

C’è chi protesta, velatamente o in maniera più manifesta, la perpetuazione dell’atteggiamento colonizzatore nella diffusione continuata del gioco in quei terrritori.

Noi ci vediamo, invece quasi un contrappasso ironico: gli invasi e sottomessi si sono appropriati di questo sport che inizialmente era stato introdotto per sottolineare le differenze tra colonizzati “barbari” e colonizzatori “superiori”. Lo hanno fatto diventare cosa propria. E i riconoscimenti internazionali non si sono fatti attendere.